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Vendita prodotti Alle Cascine

I ragazzi della Cooperativa Alle Cascine sono ospiti della Comunità di Colognola (BG).

Nel piazzale antistante la Parrocchia allestimento banco vendita Prodotti Artigianali.
Formaggi, Salumi, prodotti da Forno.

Dal Produttore al Consumatore.

Orari Messe:
Sabato 26 Maggio
Ore 20,00
Domenica 27 Maggio
ore 7,30
ore 10,00 Celebrano Don Chino e Don Mario
ore 11,30

COME RAGGIUNGERCI

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Gran Bretagna, i supermercati vietano gli energy drink agli under 16

Gran Bretagna, i supermercati vietano gli energy drink agli under 16. Insufficienti le misure prese dei produttori per scoraggiarne l’abuso

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Il consumo di energy drink cresce, anche in Italia, anche se continuano a essere pubblicati studi sulla pericolosità per la salute dei ragazzi, quando le bevande vengono mischiate con gli alcolici o ne fanno un uso eccessivo. I codici di autoregolamentazione delle aziende, con qualche eccezione come l’eliminazione delle lattine extra large, non sembrano funzionare granché. Anche quando sulle lattine sono riportate avvertenze, i ragazzi non ci fanno caso e continuano a consumare senza timori. Le autorità sanitarie sono preoccupate e si iniziano a prendere provvedimenti. Dopo Lituania e Lettonia, che hanno proibito la vendita ai minorenni, ora scende in campo la Gran Bretagna dove, come riporta la BBC, le grandi catene di supermercati hanno deciso di vietare la vendita ai minori di 16 anni delle lattine con un contenuto pari o superiore a 150 milligrammi di caffeina per litro. Altre fonti di distribuzione, come le catene di parafarmacie Boots e Waitrose, hanno deciso di adottare lo stesso  provvedimento. Il bando è già in vigore, tranne nei supermercati della catena Tesco, dove sarà implementato il 26 marzo 2018.

Per queste bevande era già obbligatoria la dicitura “Non adatti ai bambini o alle persone sensibili alla caffeina, né alle donne incinte, alto contenuto di caffeina”, ma evidentemente il provvedimento non ha ottenuto i risultati sperati. Non a caso il sindacato di insegnanti NASUWT ha chiesto il bando totale per  i ragazzi con meno di 16 anni, preoccupato dell’abuso che questi ne fanno per aumentare il tempo di studio, come se fossero amfetamine, con gravi conseguenze per la salute, e dei comportamenti aggressivi.

Commenta Emanuele Scafato, già presidente della Società italiana di alcologia e oggi direttore dell’Osservatorio nazionale alcol, Centro nazionale dipendenze e doping dell’Istituto superiore di sanità, che da tempo segue con preoccupazione la vicenda degli energy drink in Italia: “Già nel 2013 l’Efsa ha spiegato quanto queste bibite siano diffuse e perché possano essere pericolose. Oltre ai possibili effetti cardiaci, ci sono quelli associati al fatto che i ragazzi non si rendono conto di aver bevuto troppi alcolici e possono andare incontro a incidenti. Bisogna considerare anche gli effetti dopanti cercati da ragazzi che, per qualunque motivo,  vogliono aumentare le proprie prestazioni, senza averne alcun bisogno, con il rischio di diventare dipendenti psicologicamente. Per tutti questi motivi gli energy drink andrebbero regolamentati severamente, come pure gli alcolici e soprattutto le bevande che li vendono già mischiati, vietate in diversi paesi ma non da noi”.

Oltre alla caffeina, conclude poi Scafato, ci sono anche altre sostanze che possono avere effetti dannosi come la taurina, le cui interazioni con l’alcol e l’organismo sono state studiate troppo poco (soprattutto nelle condizioni in cui le assumono i ragazzi) per poter concludere che sono sicure.

Un aspetto di cui si parla meno è la comunicazione ai ragazzi e alle famiglie. “Quando andiamo nelle scuole a parlare di energy drink – prosegue Scafato –  quasi sempre c’è uno studente che un po’ di nascosto chiede consigli per incidenti visti o vissuti. Si tratta di un segnale evidente che dimostra quanto il problema sia diffuso, come del resto confermano i medici del Pronto Soccorso, quando si trovano di fronte ragazzini delle scuole medie. È  necessario che laddove non riescono ad arrivare le istituzioni sia la famiglia a comunicare ai figli nel modo giusto cosa sono queste bevande, in che modo andrebbero bevute e, soprattutto, dicendo chiaramente  che sarebbe meglio evitarle”.

Fonte : ilfattoalimentare.it

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New York spreca il 40% del cibo prodotto

New York spreca il 40% del cibo prodotto, con 1,4 milioni di poveri. Arriva il progetto ReThink

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La città di New York ha 1,4 milioni di poveri, e spreca il 40% del cibo prodotto. Come fare per ridurre entrambi questi numeri? Se lo è chiesto un gruppo di giovani chef e imprenditori (16 in tutto, per ora) guidati da Matt Jozwiack, chef in un famoso ristorante ma anche responsabile della parte che si occupa di nutrizione della New York Academy of Medicine, probabilmente indignato per ciò che vedeva ogni giorno, e cioè quintali di cibo di ottima qualità buttati via dai ristoranti della Grande Mela perché non consumati o non adatti alla preparazione dei piatti (questo succede, per esempio, con molte parti di carne). I fondatori della start up senza fini di lucro ReThink, di cui parla in un articolo il sito Civil Eats, volevano fare qualcosa di diverso rispetto a ciò che già esiste, cioè il mero raccordo logistico tra alcuni fornitori (per lo più supermercati) e le organizzazioni che cercano di preparare pasti per gli indigenti. E ci sono riusciti. Il loro modello infatti prevede la raccolta della materia prima quasi esclusivamente da ristoranti quotati, a volte stellati, il trasporto a loro spese nella sede di Brooklyn, la lavorazione da parte dello staff (nel quale figurano anche alcuni apprendisti presi proprio tra i destinatari dei pasti, in modo da insegnare loro un lavoro) del maggior numero possibile di pasti e pietanze pronte e la consegna del cibo, già confezionato ed etichettato, agli enti caritatevoli.

Così, anziché fornire per esempio quintali di pollo e verdure, ReThink prepara, nel giorno in cui questi alimenti sono disponibili, piatti (o minestre o altro) a base di pollo cucinato con quelle verdure, per poi elaborare, il giorno dopo, una soluzione diversa in base a ciò che arriva, e poi consegna nei luoghi dove c’è più bisogno, in accordo con la Food Bank cittadina, che coordina il tutto.

Molti i benefici di questo tipo di intervento. Innanzitutto, ha spiegato Jozwiak, si preparano piatti il più possibile bilanciati dal punto divista nutrizionale, si sfruttano almeno in parte alimenti di stagione, evitando, per esempio, che una certa fascia di popolazione riceva solo pasta, o solo carne perché beneficia solo della donazione di una catena di fast food che ha eccedenze di carne e basta. Poi si contiene lo spreco, che affligge anche questa parte della catena alimentare, perché a volte le donazioni all’ingrosso sono in parte inutilizzabili, per motivi vari. Infine, si aiutano i gestori di ristoranti a capire quanto grande sia il loro spreco, a comprendere come fare per ridurlo (anche continuando a preparare piatti graditi ai clienti) e come risparmiare riducendolo, visto anche la donazione di cibo è detraibile dalle tasse.

Per sensibilizzare contro lo spreco mentre agisce, ReThink chiede un giudizio ai propri “clienti”, come fanno i ristoranti, e continua a studiare come migliorare il funzionamento della struttura e della rete che sta creando attorno a sé, per esempio evitando di intervenire in zone della città dove sono già attive altre organizzazioni ReThink ha già raccolto quasi 70.000 dollari da varie fondazioni private, convinte della validità del progetto (denaro usato per retribuire lo staff) e preparato quasi 1.500 pasti: è stata inaugurata da poche settimane, e al momento ne riesce a sformare tra i 50 e i 75 al giorno, ma l’obbiettivo è di creare una sorta di rete per arrivare a un milione di pasti al giorno, a New York e non solo.

Nel frattempo ha superato alcuni ostacoli imprevisti. Innanzitutto i rischi legali, perché qualcuno ha fatto notare che in caso di intossicazione alimentare la colpa sarebbe potuta ricadere sul ristorante d’origine, con un danno d’immagine preoccupante, e questo avrebbe potuto dissuadere i donatori, ma ReThink ha stipulato con i ristoranti accordi legali che prevedono l’assunzione del 100% delle eventuali responsabilità in proprio, sottolineando al tempo stesso che nessuno degli enti che si occupano di nutrire i più poveri ha mai ricevuto denunce.

Inoltre ha eliminato i problemi logistici per i fornitori, dotandosi di un furgone refrigerato che preleva e consegna. Ha risolto anche la questione dei contenitori: per non gravare sui ristoranti (quelli monouso costano tra il mezzo dollaro e il dollaro l’uno), consegna loro vaschette e contenitori nuovi, ritirando quelli pieni di cibo non utilizzato. Non sono mancate le critiche: secondo alcuni osservatori, questo tipo di iniziative distrae energie, attenzione e soprattutto denaro ad altre che potrebbero essere più incisive, se riguardassero le vere cause della povertà, ma secondo Jozwiak un approccio non esclude l’altro, e mentre si lavora sui grandi temi sociali ci sono azioni che possono avere notevoli ricadute anche culturali, oltreché pratiche.

Il modello in qualche modo richiama l’idea di Ruben, il ristorante della Fondazione Pellegrini inaugurato a Milano nel 2014 che per un euro offre vere e proprie cene di qualità a chi si trova in difficoltà, e ne approfitta per inserire i propri clienti nella rete cittadina di aiuto e di ascolto. Ruben è ormai una realtà consolidata, che prepara oltre 500 pasti al giorno e che ha preso parte anche a iniziative di altro tipo nell’ambito dell’assistenza ai più indigenti, e anche se non ha risolto la piaga della povertà sociale, in due anni e mezzo ha aiutato migliaia di persone.

Fonte : ( Il fattoalimentare.it )