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Dieta Mediterranea: il punto della situazione nel “dopo EXPO'”

Se con la vetrina di Expo è venuto un forte e rinnovato impulso alla Dieta mediterranea, nella forma di un Libro bianco (o White paper) con niente di meno che la FAO tra i supporter, va altresì ricordato che lo scorso 17 di settembre tutti i padiglioni si sono impegnati a dedicare spazio alla Dieta Mediterranea. Nel Libro bianco sono presentati tanti diversi indicatori- anche ambientali, sociali ed economici– che intendono valutare l’impatto positivo del modello alimentare mediterraneo. Ma la sfida .. è appena agli inizi. La “transizione nutrizionale” dei paesi del Sud Europa ma anche di tante parti del Mondo, con aumento di grassi e zuccheri, ha messo in crisi l’aderenza al modello alimentare mediterraneo. Occorre allora interrogarsi sul da farsi, da qui in avanti. A partire da casa propria.

 Le opportunità normative

Sicuramente il regolamento 1169 del 2011- sull’Informazione Alimentare ai Consumatori- pienamente applicativo dallo scorso dicembre, vede tanti aspetti andare nella direzione di una maggiore promozionalità della Dieta Mediterranea.

Intanto, le prassi leali di informazione (art.7 ), che permettono finalmente (o dovrebbero permettere: il condizionale è d’obbligo) di garantire quel diritto a scelte alimentari consapevoli da parte dei consumatori come sancito niente meno che dalla pietra miliare della normativa europea (art. 8 del reg. 178/2002). La trasparenza informativa in pubblicità, etichettatura e promozione dei prodotti insomma è un prerequisito per effettuare scelte mirate e quindi, anche sane.

Poi, la dichiarazione nutrizionale obbligatoria: certo, da dicembre 2016. E certo, con tante esenzioni. Ma finalmente sarà possibile, almeno negli alimenti molto trasformati-e quindi, più a “rischio”- sapere davvero cosa comporta la loro assunzione.

Con questa, anche claim nutrizionali e salutistici che finalmente permettono alla dieta mediterranea di venire allo scoperto: si pensi ai messaggi sullapresenza di fibre, e sulle relative proprietà di salute, o ai polifenoli dell’olio di oliva, che finalmente possono essere indicati come protettivi dall’ossidazione dei grassi nel sangue. O del fruttosio, che se sostituito a zuccheri aggiunti (saccarosio e glucosio) determina una maggiore controllo della glicemia nel sangue.

Altro aspetto positivo, l’obbligo di segnalare la natura precisa degli oli vegetali usati, senza più possibilità di nascondersi dietro generici “oli vegetali” o “grassi vegetali”- con oli tropicali come il palmisto e il cocco che devono essere resi espliciti al consumatore. Questo aspetto potrebbe favorire la sosituzione di grassi saturi con insaturi e in particolare, monoinsaturi.

Nella stessa direzione: l’obbligo di indicare lo stato fisico del prodotto. Se la dieta mediterranea è nota per il suo ricorso ad alimenti freschi e poco trasformati, anche trattamenti termici invasivi possono alterare il contenuto nutrizionale del cibo. Bene allora capire se un alimento è stato congelato, o trattato termicamente; o se gli aromi sono naturali o invece artificiali.

L’ingrediente sostitutivo- novità del nuovo regolamento – prevede- in aggiunta alla già ben stabilito obbligo di indicazione dell’ingrediente caratterizzante(con indicazione del tenore % in lista ingredienti di componenti indicati nella denominazione dell’alimento, es “crema con nocciole”)- che qualora un ingrediente normalmente atteso dai consumatori in un alimento venga sostituito, questi debba essere reso apprezzabile.

Last but not least, l’ampio riferimento che il regolamento 1169 fa all’origine degli alimenti è un tratto rilevante della dieta mediterranea, e dell’outsourcing locale delle materie prime. Con gli atti delegati non a caso è divenuta obbligatoria la indicazione di origine per suini, pollame e ovicaprini, mentre è in corso la discussione a livello europeo su quali altri alimenti vada applicata.

Insomma, se oltre a essere composta prevalentemente da un fascio di alimenti “core” (frutta e verdura, cereali integrali, pesce, olio extravergine di oliva, legumi) la dieta mediterranea è caratterizzata da freschezza, località e scarsa trasformazione degli alimenti- il nuovo regolamento fa fare dei passi avanti.

… i limiti

Vi sono tuttavia ancora limiti da superare per una più piena ricognizione della mediterraneità a livello regolatorio e informativo. Ad esempio, gli agricoltori europei con quelli italiani in testa, hanno sostenuto la necessità di abbandonare schemi semplificati di informazione nutrizionale su base nazionale permessi proprio dal regolamento 1169-, come il controversosemaforo “inglese” per assegnare un rating discutibilissimo alla qualità nutrizionalie degli alimenti. Tali schemi sembrano proprio andare contro il modello alimentare mediterraneo, in quanto semplicistici e focalizzati su un numero ridotto di nutrienti- oltretutto senza considerare le quantità della porzione d’uso vera e propria o i nutrienti benefici compresenti.

Un altro forte ostacolo del quadro di policy attuale deriva dalla mancanza di “profili nutrizionali”. Anche cibo spazzatura (barrette snack,  caramelle….) può di conseguenza promuoversi con messaggi di salute senza alcun filtro e con inganno dei consumatori e concorrenza sleale. Una falla che dal 2006 ci portiamo dietro, e che qualche Stato (sta cercando di ovviare con appunto schemi informativi nazionali (vedi punto sopra dei semafori- una proxy ai profili nutrizionali di fatto).

Ancora, la impossibilità- anche su base meramente volontaria- di indicare igrassi trans TFAs- critici nel produrre effetti di salute avversi tanto a livello cardiovascolare che di altri quadri patologici sempre più evidenti.  O lacarenza di una indicazione precisa del’origine, così come diverse ambiguità sulla reale portata dell’indicazione dello stato fisico (es, cagliate non indicate in etichetta e mascherate sotto “latte”).

…. Cosa fare

Oltre a correggere i “vuoti” di cui sopra, cosa altro può essere fatto per meglio promozionare la Dieta Mediterranea quale “fatto sociale” diffuso, al fine di renderla davvero “patrimonio immateriale” quale la promessa dell’Unesco vorrebbe dal 2010?

A livello di cornice di interventi educativi per la popolazione, sembra necessario andare oltre le linee comunicative improntate alla “Piramide” mediterranea. Modello magari utile per i medici e per una cornice scientifica: ma dare indicazioni sulle quantità di consumo settimanali sembra scontrarsi con le esigenze dell’uomo della strada, cui sfugge un computo su un orizzonte così dilatato. Meglio sarebbe adottare uno schema come quello degli Stati Uniti, con la infografica “Choose My Plate”, sottolineando come 2/4 del piatto vanno riempiti con verdure, 1/3 con cereali e 1/3 con proteine.

Parimenti, una revisione delle Linee Guida per una Sana Alimentazione del Cra Nut dovrebbero consentire di apprezzare in chiave immediatamente applicabile (“comportamentale” direbbero alcuni) i suggerimenti o “tips”, legandoli a esperienze di consumo, entro frasi semplici per certi versi già presenti. Come è stato sollevato, servirebbe chiarire tutto il discorso del conflitto di interessi dei ricercatori, in particolare su progetti finanziati da privati e che possono avere indebite influenze o minare alla percezione di indipendenza dell’ente.

Entro queste inoltre, si potrebbe finalmente superare un vuoto normativo importante sulle proprietà di salute delle fibre- di fatto un composto chiave della Dieta Mediterranea. Come infatti riconosciuto da Efsa, in un parere su health claims del 2011, le autorità nazionali preposte alle linee guida per una sana alimentazione dovrebbero divulgare messaggi su vere e proprie proprietà preventive delle fibre alimentari: su rischio cardiovascolare, diabete di tipo 2, risposta del glucosio ematico. Tali messaggi non possono essere fatti nell’ambito del regolamento 1924 non perché non siano veri e verificati…-ma perché il mandato del 1924 si esaurisce con messaggi nutrizionali o di prevenzione di un solo fattore di rischio. Oggi nessuno si attenta- nonostante parere scientifico positivo di Efsa!, a usare claim sulle fibre relativamente alla prevenzione di tali malattie o fattori di rischio.

Ci sarebbe insomma spazio per usare “authoritative health claims” come fatto negli USA, su tutta una serie di proprietà anche preventive o terapeutiche almeno su schemi alimentari come la dieta mediterranea, se proprio non su alimenti della stessa.

L’Italia inoltre avrebbe buon gioco- in risposta ai tanti schemi che stanno fiorendo (consentiti dal regolamento 1169 all’articolo 39) e che sembrano attentare proprio a molti alimenti mediterranei- ad adottare un proprio schema “mediterranean-friendly”, per riflettere meglio i contenuti nutrizionali positivi del cibo di casa. E con un background scientifico retrostante ben più stabilito rispetto ai vari “semafori” oggi in voga.

Infine, servirebbe davvero una semplificazione dei claims di salute ai consumatori, poco avvezzi a terminologie magari perfette da un punto di vista clinico, ma poco comprensibili spesso – e quindi poco utilizzabili dalle industrie e dai consumatori. Alcuni esempi? “L’acido pantotenico contribuisce alla normale sintesi e al normale metabolismo degli ormoni steroidei, della vitamina D e di alcuni neurotrasmettitori”,  ma anche i tanti claim per il “normale funzionamento” non sembrano né efficaci né utili a nessuno.

 

Fonte: www.sicurezzaalimentare.it

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